Sempre più italiani preferiscono vivere in una casa in affitto piuttosto che acquistarne una. E le nuove norme allontanano i proprietari dalle locazioni brevi. Vediamo perché.
La tendenza sta cambiando: molti italiani preferiscono affittare piuttosto che acquistare una casa. La disponibilità economica, i prezzi alle stelle o semplicemente, la voglia di sentirsi liberi di spostarsi più facilmente in un’altra città, sono solo alcuni dei motivi “specchio” di un’economia cambiata e di un mondo del lavoro che non contempla più il termine “per sempre”.
A dimostrarlo è una ricerca effettuata dall’Ufficio Studi SoloAffitti, gruppo di consulenza con sedi in tutta Italia che si occupa della gestione degli affitti per conto dei proprietari degli immobili. Il 43% degli inquilini intervistati (su un totale di 980) cerca un affitto per abitazione principale, il 31,3% per lavoro, il 21,2% per studio e il 2,5% per turismo o altro.
Comprare casa è difficile ma…
Di questi, il 56,20% avrebbe preferito acquistare casa ma non ha potuto perché non aveva la disponibilità economica, non ha avuto accesso al mutuo oppure perché i prezzi di vendita sono alle stelle. Ma c’è un altro dato molto interessante: il 43,80% degli intervistati vive in affitto per sua scelta, per avere una maggiore flessibilità e la possibilità di cambiare quartiere o città più facilmente.
Diciamolo subito: gli italiani non hanno smesso di acquistare casa. Ma la percentuale degli acquirenti negli ultimi dieci anni è scesa dall’80% circa al 70%. “Si sta riducendo la quota di proprietari e aumenta quella in affitto, ma è sempre preponderante la prima”, specifica ai nostri microfoni Francesca Cantoni, Responsabile Franchising di SoloAffitti, spiegandone anche i motivi.
Il primo: “Aumenta la mobilità. Sempre più persone hanno bisogno della casa per un periodo temporaneo, per motivi di studio o lavoro. E questo tipo di esigenza, ovviamente è soddisfatta dall’affitto”. Il secondo: “Soprattutto le nuove generazioni vedono in esso una formula abitativa più adatta alle loro esigenze che cambiano nel tempo“.
Perché il mondo del lavoro è cambiato il posto fisso e la casa di proprietà non sono più i punti fissi attorno ai quali progettare una vita. “I giovani sanno che forse non lavoreranno per sempre nella stessa azienda, forse neppure nella stessa città. Questo sta portando all’aumento della richiesta di immobili in affitto e in generale, delle persone che vivono in affitto nel nostro Paese”.
Il flop degli affitti brevi tra burocrazia e tasse
Tra i 980 proprietari intervistati per la ricerca, resta ancora marginale la percentuale di proprietari che decidono di ricorrere agli affitti brevi: l’81,22% di loro non ha mai utilizzato questa formula per la locazione. L’80% della restante parte (18,78%), non ripeterebbe l’esperienza perché il guadagno è inferiore alle aspettative (38,5%), la gestione dell’affitto è troppo impegnativa (30,8%). Infine, a gravare ci sono la burocrazia e le nuove norme in vigore (23,1%).
Tra i problemi riscontrati ci sono “i provvedimenti presi nell’ultimo anno”, spiega ancora Cantoni a Notizie.com. Ad esempio, “è stata aumentata la cedolare secca sul reddito derivante dal secondo immobile concesso in affitto breve dallo stesso proprietario dal 21 al 26%. Ciò aumenta la tassazione, abbattendo chiaramente la redditività netta”.
A pesare, anche l’introduzione del Codice di identificazione nazionale obbligatorio per ogni immobile in affitto con contratto breve, nato con l’intento di “evitare il nero”. Va inserito sia al momento della pubblicazione dell’annuncio, sia esposto fuori dall’immobile. Questo da un lato aiuta i controlli, dall’altro però aumenta le spese: “Per ottenere il Cin è necessario dotare l’immobile di misure antincendio. Questo comporta investimenti maggiori rispetto a prima“.
Infine c’è la burocrazia: “Una circolare di inizio anno vieta il check-in online per gli immobili ad affitto breve. Bisogna presentarsi di persona e questo rende ulteriormente impegnativa la gestione“.
Affitti a Milano scenderanno sempre più
Poi una notizia che farà piacere a chi cerca casa a Milano: rispetto al 2023 è stata registrata una diminuzione del 4% del costo degli affitti. Dopo aver raggiunto il limite massimo sostenibile dal mercato, “c’è stata una riduzione della richiesta e un corrispondente aumento nell’hinterland del capoluogo lombardo – continua Cantoni – Così i canoni hanno iniziato ad abbassarsi”.
Ma ad incidere di più è stato il nuovo accordo territoriale per i canoni concordati di luglio 2024. “Per la prima volta i proprietari hanno cominciato a stipulare contratti 3+2 che prevedono un canone calmierato, calcolato sulla base di parametri stabiliti con agevolazioni fiscali. Ci aspettiamo un’ulteriore flessione il prossimo anno, verso costi più accessibili”.
Anche a Cagliari e Palermo si assiste a una diminuzione degli affitti, rispettivamente del 2 e 6%. In questo caso però, spiga Cantoni, si tratta di un riequilbrio, dopo che “i canoni erano molto aumentati negli anni precedenti. A Palermo più del 20%”.