“È in corso una guerra ibrida. Pericolosa quanto sotterranea, costante e asfissiante quanto quotidiana”.
A parlare così è il Ministro della Difesa Guido Crosetto. Il riferimento è all’inchiesta in corso per presunto spionaggio con finalità terroristica sulla quale è al lavoro la Procura della Repubblica di Milano.
I pm sono impegnati negli accertamenti a seguito della segnalazione di diversi passaggi di un drone di fabbricazione russa sull’area del Joint research centre (Jrc) di Ispra e della Commissione europea. Un’indagine per nulla semplice: c’è da rintracciare un drone “fantasma” i cui sorvoli sono stati registrati solo attraverso un sistema di frequenze. La realtà, più in generale, è che le divisioni Antiterrorismo delle Procure di tutta Italia sono in stato di massima allerta.
Sono quattro al momento le vicende conosciute ma su cui si sta mantenendo il riserbo. Se Milano è alle prese con il caso di spionaggio, in Liguria stanno andando avanti le indagini sulle esplosioni che hanno interessato la petroliera Seajewel al largo di Savona. A Roma, invece, l’Antiterrorismo è al lavoro sull’incendio che ha coinvolto una concessionaria Tesla e 17 autovetture. La polizia postale e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, infine, sono impegnate nel proteggere le infrastrutture italiane contro i ripetuti attacchi degli hacker filorussi.
L’Italia intera, insomma, è sotto attacco nell’ambito della guerra ibrida di cui parla Crosetto. Il contesto geopolitico è in una fase delicatissima e il nostro Paese è attraversato da allarmi continui. Partiamo dal caso del presunto passaggio del drone di fabbricazione russa sull’area di Ispra a Varese sul Lago Maggiore. Il centro ha “catturato” sei passaggi in cinque giorni, due volte in una stessa giornata. Al quinto allarme, il 28 marzo scorso, è quindi scattata una segnalazione ai carabinieri di Varese che, non competenti in materia di terrorismo, hanno inoltrato alla Procura di Milano il caso.
Lo strumento di rilevamento è in grado di captare le frequenze. In questo caso frequenze “basse” riconducibili a particolari droni alcuni di fabbricazione russa. Il software di cui è dotato il sistema di allarme ha in memoria diversi match tra frequenze e modelli di droni, ma essendo un mercato in rapida evoluzione non si può escludere che sia un modello non ancora conosciuto. Oppure che sia uno strumento acquistato in Italia prima dell’embargo scattato nel 2022
Su orari e giorni degli allarmi si dovrà concentrare l’attenzione di Enav e Aeronautica militare a cui la Procura si è rivolta per ottenere informazioni e immagini che possano certificare la presenza, nella no-fly zone, del drone. Drone che comunque dovrebbe essere stato guidato dall’Italia. Questo per due ordini di motivi. Il primo è la presenza di alte montagne che interferirebbero sul segnale. Il secondo è che se così non fosse, le dimensioni del drone sarebbero state ben maggiori. Dunque sarebbe stato difficile da nascondere.
La no fly zone che sovrasta il Joint research centre include anche gli impianti di Leonardo, la compagnia italiana a maggioranza statale che opera nel settore della difesa. Secondo la Commissione Ue, però, non ci sarebbero state violazioni e minacce correlate alla sicurezza. Gli inquirenti hanno diverse ipotesi sul tavolo. Coloro che pilotavano il drone, forse italiani filo-russi, avrebbero voluto dimostrate come sia possibile violare una no-fly zone.
Tutto ciò riporterebbe ad una precedente indagine condotta proprio dai pm milanesi che hanno rinviato a giudizio due imprenditori brianzoli che sarebbero stati ingaggiati via Telegram dall’intelligence russa. L’indagine dovrà verificare anche la possibile finalità dell’azione, quella di terrorismo. Un’aggravante dovuta al “grave danno” che poteva essere arrecato all’Italia solo con l’intimidazione o con la “destabilizzazione” di strutture fondamentali.
Per quanto riguarda invece la vicenda della Seajewel, è stato accertato che il petrolio che trasportava non era di origine russa ma algerina. La Procura della Repubblica di Genova ha aperto un fascicolo per naufragio con l’aggravante del terrorismo. Gli inquirenti avevano ipotizzato che la nave facesse parte della cosiddetta flotta ombra della Russia, utilizzata per trasportare greggio aggirando le sanzioni europee per la guerra in Ucraina.
Ieri, invece, a Roma sono andate distrutte 17 autovetture prodotte dalla casa automobilistica dell’imprenditore Elon Musk. L’incendio avvenuto in Italia segue tutta una serie di episodi che si stanno susseguendo negli Stati Uniti, e sui quali indaga anche l’Fbi. Nel nostro Paese, invece, le indagini sono state affidate dalla Procura di Roma alla Digos. L’incendio alla Tesla “mi sembra un fenomeno di terrorismo. So che ci sono delle indagini, però tutto lascia pensare che possa essere un episodio legato al terrorismo”, ha detto il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca.
Infine, ci sono gli innumerevoli casi di cyberattacco rivendicati dagli hacker filorussi del gruppo NoName(057). I raid contro i portali istituzionali italiani, banche ed aziende dei trasporti si sono intensificati dopo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fermamente condannato la guerra di aggressione portava avanti da Mosca contro l’Ucraina.
“È in corso una guerra ibrida. – ha commentato il Ministro Crosetto – Pericolosa quanto sotterranea, costante e asfissiante quanto quotidiana, che è fatta da un mix di attacchi cyber mirati, reclutamento di attivisti, persone a libro paga di potenze o entità straniere e ostili, scientifiche e massicce campagne di disinformazione di massa, furti di tecnologie e brevetti militari e industriali, più molti altri atti ostili, perpetrati da più attori, statuali e non“.