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Economia

Mozzarella, primo prodotto sotto attacco: i dazi di Trump fanno tremare il Made in Italy

Published by
Francesco Ferrigno

“Avendo noi un prodotto freschissimo che viene consegnato e venduto, con ogni probabilità conosceremo prima degli altri gli effetti dei dazi. Quali saranno non lo sappiamo ancora”.

Mozzarella, primo prodotto sotto attacco: i dazi di Trump fanno tremare il Made in Italy

A parlare, in esclusiva per Notizie.com, è Pier Maria Saccani, direttore del Consorzio di Tutela Mozzarella di Bufala Dop. La vicenda è quella che sta tenendo col fiato sospeso i mercati e le borse di tutto il mondo: i dazi scatenati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

In queste ore il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, ha detto che la tendenza al protezionismo era già chiaramente delineata già dall’amministrazione democratica di Joe Biden. Secondo Giorgetti siamo di fronte a un cambiamento di portata storica e politica che mette sotto tiro la politica della globalizzazione.

Mozzarella Dop e dazi: l’impatto immediato sul mercato Usa

Ci sarà sicuramente un effetto sul mercato. – ci ha spiegato Saccani – Quale sarà non lo sappiamo ancora. Ma avendo noi un prodotto freschissimo che viene consegnato e venduto, lo sapremo probabilmente prima degli altri. Nel giro di pochi giorni ci renderemo conto di cosa succederà. Le altre aziende hanno anche i magazzini negli Usa”. Il Consorzio, nato nel 1981, si occupa di sostenere e far conoscere la Mozzarella di Bufala Campana in Italia e nel mondo. È l’unico organismo riconosciuto dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Mia il Consorzio sta già valutando strategie per contrastare l’impatto dei dazi? “Non si può da un giorno all’altro modificare i mercati, ci vuole tempo. – ha detto il direttore – Bisognerà capire prima di tutto che effetto ci sarà, ovvero se ci saranno contrazioni o innalzamenti di prezzi. È un discorso molto ampio. È necessario comprendere se la strategia degli Usa porterà a inflazione, se abbasserà la capacità di spesa del cittadino americano, e così via. Sono considerazioni molto complesse di macroeconomia. E ovviamente avranno delle ripercussioni per tutti i prodotti”.

La mozzarella italiana negli Stati Uniti è richiesta maggiormente sulla costa est, tra New York e Miami, a Chicago. Proprio per la velocità con cui uno dei formaggi più famosi al mondo è preferibile che sia consumato, viene consegnato in aereo.C’è da dire però che i collegamenti non sono il massimo. – ha sottolineato Pier Maria Saccani – I voli diretti per la California sono pochi“. Di che volumi stiamo parlando? Per la mozzarella bufala campana dop siamo intorno al 3% del solo export, pari a 25/30 milioni di euro l’anno.

Diversi analisti hanno posto anche l’accento sulla possibile recrudescenza del fenomeno dell’italian sounding. Parliamo della commercializzazione di prodotti che evocano il Made in Italy nei nomi e nei marchi. Uno dei casi più famosi è quello del parmesan cheese realizzato principalmente nello stato americano del Wisconsin, e che evoca il ben più apprezzato Parmigiano Reggiano.

Italian sounding: un’ulteriore minaccia per la mozzarella Dop?

Per contrastare l’italian sounding e più in generale la contraffazione del prodotto, non molto tempo fa il Consorzio ha varato Nina, un’Intelligenza artificiale che scandaglia il web alla ricerca del falso per tutelare l’immagine della mozzarella nel mondo. Nell’epoca dei dazi, è però probabile che i consumatori americani possano virare su prodotti alternativi ai formaggi italiani che da oggi costeranno molto di più.

Il punto è: – ha concluso Saccani – se dovessimo andare fuori mercato per una ragione meramente economica, ci potrebbero essere prodotti sostitutivi. Ma il consumatore già oggi riconosce molto bene il nostro prodotto e la sua provenienza italiana e campana. La mozzarella è un prodotto molto riconoscibile ed eventualmente avrà degli impatti di sostituzione. Ma dovrebbero verificarsi degli aumenti veramente considerevoli. Stiamo parlando comunque del 20% sul prezzo della cessione, non sul prezzo al consumo, è ben diverso”.

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Francesco Ferrigno